|
Sarebbe scorretto, o frutto d’antistorico nazionalismo o di profonda ingenuità, limitare l’analisi del voto di domenica e lunedì scorsi al solo panorama italiano, anche se l’aspetto nazionale possiede alcune peculiarità che necessitano di qualche riflessione specifica. Le scelte che, democraticamente, gli elettori hanno espresso recandosi (o non recandosi) alle urne hanno colpito un’intera classe dirigente sovranazionale, che ha visto decimati i consensi e, molto spesso, è stata sbalzata fuori dai palazzi che contano per effetto d’una crisi che è ingovernabile se le si applicano le consuete modalità di approccio. Per questo è essenziale proporre alcune considerazioni preliminari, che portano le vicende del Trota o del bunga bunga o dei molteplici scandali nazionali su uno sfondo lontano, rendendole per così dire invisibili.
Il problema è che l’economia mondiale, cioè il capitalismo, sta scoppiando. Una deflagrazione iniziata con il crollo del muro di Berlino, quando a due visioni della storia, della società e dell’economia (giuste o sbagliate che fossero) se ne è sostituita una soltanto: l’impero dell’economia di carta, fatta di scommesse sul futuro, di speculazioni sulle valute e sui beni di maggior impatto, sul gioco sregolato delle finanze a livello internazionale. Una scelta supportata dall’America conservatrice, che ha lasciato campo (meglio: ha promosso) un capitalismo selvaggio, fatto di paradisi fiscali senza regole, che ha penalizzato, assieme alle fasce più deboli della popolazione, le stesse imprese produttrici, trovatesi prive di liquidità ed in perenne affanno. Con l’insorgere d’una crisi che si avvita su se stessa: se io non ti pago, tu non paghi un altro, questo si indebita, compra di meno e amplia così gli effetti della recessione, che si autorigenera e diventa irrisolvibile. Mentre le oligarchie capitalistiche ingrassano, i poveri muoiono di fame e i ceti medi non riescono a mantenersi la casa che, con fatica, negli anni, s’erano conquistati.
L’Europa di Merkel e Sarkozy (ma non solo loro!) ha risposto col rigore. Ha chiesto di bloccare le spese (giusto, quando inutili!), di ridurre lo stato sociale (terribile, in tempo di crisi), di mettere sotto tutela gli Stati in difficoltà (la Grecia, certo, ma anche l’Italia, se non ce ne fossimo accorti!). Ha anteposto l’Europa della finanza, quella dei capitali che si gettano come avvoltoi su chi annaspa, all’Europa dei popoli (quella che volevano i grandi europeisti del passato), che doveva conciliare gli interessi della gente con quelli dello stato sociale e dell’economia. Ed oggi è stata punita. Pesantemente. Con rigurgiti nazionalisti e xenofobi. Con la demonizzazione dell’europeismo. Col rifiuto della solidarietà a vantaggio del “si salvi chi può”. Basterà la svolta francese a cambiare le cose? Difficile saperlo oggi. Il cambiamento potrà venire soltanto da nuove politiche, che facciano piazza pulita di primogeniture e di forme di vassallaggio e di sgradevoli protettorati (la Grecia, ma anche l’Italia) di Stati che pretendono di togliere ad altri Stati la loro sovranità, inducendoli a riproporre forme moderne (l’IVA, le accise, …) di quella odiosa tassa sul macinato che, colpendo non la ricchezza, ma i consumi di base, aveva allontanato le masse popolari dal neonato stato italiano.
E qui l’accenno alla situazione nostrale. Non ci piove che su l’assenteismo, i voti ai “grillini” e quant’altro abbia giocato il clima di antipolitica di cui nelle scorse settimane si diceva. Ora, se i partiti tradizionali non se n’erano ancora accorti, a meno che i loro leader non siano mentecatti, dovrebbero aver chiaro che ci sono cose che alla gente non vanno più. Quali? Che basti una settimana per tagliare ad un poveraccio che ha lavorato 40 anni le speranze d’andare in pensione e, di converso, che per far fuori i benefit per i partiti o i privilegi di pochi “eletti” servano (e non bastino) mesi. Se si continuerà così, altre batoste si attendono.
|